Beato Nicola da Gèsturi

Il pellegrino che, recandosi a Cagliari, sale al colle di Buoncammino ed entra nella chiesa dei frati cappuccini dedicata a S. Antonio di Padova, ma più nota come la “Chiesa di Fra Ignazio”, arrivato alla cappella centrale, dell’Immacolata , non può fare a meno di soffermarsi davanti a una tomba in pietra sarda, su cui sono incise, con caratteri di bronzo, queste semplici parole: Servo di Dio fra Nicola da Gésturi – cappuccino – 4.8.1882 – 8.6.1958. Fra Nicola da Gesturi: un nome diventato universalmente noto come il “frate santo”, non solo a Cagliari, dove visse trentaquattro anni, ma in tutta la Sardegna, e che viene ricordato insieme a quello di un altro noto cappuccino: Sant’Ignazio da Laconi . E’ quasi d’obbligo, infatti, parlando di fra Nicola da Gésturi , ricordare questo confratello che lo ha preceduto nella via della santità e che, per certi versi, è diventato il suo modello. Molte sono infatti le caratteristiche che avvicinano tra loro queste due umili figure di cappuccini, sebbene siano vissuti in epoche tanto diverse. Ambedue autentici figli della Sardegna, nati in un ambiente rurale, in due piccoli villaggi poco distanti tra loro, nella medesima regione del Sarcidano e nella medesima archidiocesi di Oristano. Non basta: ambedue si fanno religiosi in età adulta, dopo non poche esitazioni, nel medesimo Ordine cappuccino; per circa quaranta anni vivono nello stesso convento, esercitando l’umile ufficio di questuante di città. Ambedue, infine, chiudono la loro esistenza terrena nel convento di S. Antonio in Cagliari, lasciando vasta eco della loro santità. I loro corpi riposano ora nella medesima chiesa, che per tanti anni fu tacita testimone delle loro elevazioni, accomunati nella medesima sorte beata. Un noto scrittore sardo, Francesco Alziator, ha scritto: “La santità in Sardegna è francescana ed i santi di questa nostra terra che, non a torto, è stata detta l’isola del silenzio, hanno tra le loro virtù, quella del silenzio”. E veramente, tra i santi venerati in Sardegna, quelli canonizzati ufficialmente dalla Chiesa sono francescani: Sant’Ignazio da Laconi, cappuccino (1701-1781) ; San Salvatore da Horta, dei frati minori (m. 1567), il quale, sebbene nato in Portogallo, visse a lungo e mori in Sardegna, dove tuttora gode di una grande devozione presso il popolo sardo; ma è soprattutto a fra Nicola da Gésturi che l’Alziator si riferisce, per la diretta conoscenza che di lui ha avuto per molti anni, quando scrive che “santità del silenzio fu quella di fra Nicola da Gésturi”.

 

Il contadino

Non dice gran chè neanche alla maggioranza dei Sardi il nome di Gésturi, il piccolo e sperduto paese dove il 4 agosto 1882 vide la luce Giovanni Angelo Salvatore Medda, il futuro fra Nicola. Ancora oggi a malapena esso raggiunge millecinquecento abitanti, per la maggior parte pastori e contadini, come pastori e contadini furono Giovanni Medda Serra e Priama Cogoni Zedda, i genitori di fra Nicola. Essi hanno cinque figli, tre maschi e due femmine, di cui Giovanni è il quarto. Una famiglia né ricca né povera: qualche piccolo appezzamento di terra e alcuni capi di bestiame assicurano ad essa una modesta ma dignitosa esistenza. Il maggior sostentamento i Medda lo traggono dal lavoro dei campi: un lavoro duro, continuo, che inizia al levare del sole e termina al tramonto, inframmezzato da qualche piccola pausa per consumare un modesto pasto a base di pane, formaggio o, per i più poveri, con cipolle. Un lavoro, inoltre, che impegna tutta la famiglia, uomini e donne, nessuno escluso; un lavoro, infine, che comporta troppi rischi: una gelata improvvisa, un temporale fuori stagione, ed in pochi minuti viene distrutto tutto il lavoro di un intero anno, rendendo vani tanti sudori e tante fatiche. Il piccolo Giovanni si abitua ben presto a vedere il padre partire di buon mattino e rientrare a sera inoltrata: tutto il giorno fuori casa per curare il campo o accudire al bestiame. Eppure una ricchezza la famiglia Medda la possiede ugualmente: la fede. Il padre, cristiano tutto d’un pezzo, Ë conosciuto come un “galantuomo”. Per lui l’amore di Dio si traduce in opere di bene verso il prossimo, specialmente verso i più poveri. “Di cuore buono ñ ha scritto un biografo ñ amava e beneficava tutti”. In quanto alla madre, ella era semplicemente una “santa donna”, e questa semplice espressione diceva tutto di lei. Non meraviglia quindi il fatto che la famiglia Medda fosse guardata con invidia e indicata da tutti come modello, per la concordia, l’unità e l’amore che in essa regnava. Ed è in questo ambiente, rustico ma sano, che il piccolo Giovanni trascorre i suoi primi anni; è qui che il suo piccolo cuore comincia ad aprirsi al soffio della grazia divina come un fiore ai primi tepori del sole primaverile. Ben presto la morte bussa alla famiglia Medda: muore prima il padre, quando il piccolo Giovanni ha appena cinque anni, e poi la madre, quando ha appena raggiunto i tredici anni. Viene allora affidato ad un benestante del paese, suocero di sua sorella Rita, un certo Peppino Pisano, in qualità di servo, senza stipendio alcuno, accontentandosi soltanto dell’alloggio e del sostentamento. E, come un tempo il padre, così anche Giovanni riempie ora le sue giornate tra il lavoro dei campi e la custodia del bestiame. Alla morte del Pisano, il piccolo Giovanni passa definitivamente alla casa della sorella Rita, sempre in qualità di servo, facendosi notare subito per la puntualità, l’onestà e la scrupolosità con cui adempiva tutti i suoi doveri. Rimane qui fino al giorno in cui, abbandonando il paese, segue la chiamata del Signore.

 

Il cappuccino

E’ in un’umida e imprecisata giornata del marzo 1911 che Giovanni Angelo Salvatore Medda bussa al convento dei cappuccini di Cagliari e chiede di esservi ricevuto come fratello laico. Il padre Martino da Sampierdarena, commissario provinciale, lo riceve benevolmente, ma soltanto come terziario. Vuole prima verificare personalmente la serietà della vocazione di questo giovanotto di ventinove anni, arrivato in convento dopo una vita dedicata completamente al lavoro dei campi e, pare, dopo qualche esitazione. Quando Giovanni Medda cominciò a sentire la chiamata del Signore? Non è facile rispondere, perché fra Nicola non ne parlò mai con nessuno, ed anche i numerosi testimoni che lo conobbero personalmente non hanno mai saputo dare una risposta adeguata a questa domanda. Una cosa però è certa: la decisione di Giovanni Medda non fu improvvisa, ma per lungo tempo meditata, ed anche sofferta. Segni premonitori ce ne furono certamente, e tanti. La sua vita di contadino vissuta con austerità e ritiratezza nell’umile condizione di servo; il suo spirito di preghiera che lo portava in chiesa ogni volta che i suoi doveri glielo permettevano, per trascorrere intere ore davanti a Gesù Sacramentato, il suo amore per i più poveri, era già la voce di Dio che insistentemente gli indicava una via più alta e più perfetta. Il parroco di Gésturi, don Vincenzo Albano, scrisse di lui al padre commissario provinciale che gli chiedeva una testimonianza: “Ö Vi prego accettare la mia ampia dichiarazione sulle ottime qualità dell’interessato che, non senza rincrescimento, lo vedo sparire da questa parrocchia, dove è stato di continua edificazione a tutti, non solo per la specchiata pietà, ma anche per la illibatezza della vita e per l’austerità dei costumi. Mi conforta il pensiero che, trapiantato nei giardini ubertosi di san Francesco, darà frutti più abbondanti e squisiti di virtù e mi ricorderà nelle sue ferventi orazioni per ottenermi misericordia dal Signore”. Era una vita monastica quella che il giovane Giovani Medda viveva nel secolo. perché allora tardò tanto ad abbracciare lo stato religioso? Non erano certamente i beni materiali che lo trattenevano, visto che egli si adattò benissimo alla condizione di servo, pur potendo disporre di qualcosa di suo, frutto dell’eredità paterna. Questo suo temporeggiare era piuttosto un atto di umiltà, non sentendosi degno della chiamata divina; era, forse, un volere conoscere meglio la volontà di Dio, prima di compiere il gran passo. Fu una malattia che gli rivelò questa volontà divina: per un mese fu tenuto a letto da una forma reumatico-articolare, fra atroci sofferenze. Le malattie sono spesso occasione di riflessioni più intime, sono una spinta che porta a decisioni più volte rimandate, alla realizzazione di un sogno a lungo accarezzato. Giovanni Medda guarì nel corpo e anche il suo spirito si sentì finalmente libero da ogni resto di esitazione. Il padre commissario provinciale si accorse subito di avere davanti a sé una vocazione ben maturata, fuori dal comune, e non ebbe nessun dubbio ad ammetterlo al noviziato dopo appena sette mesi di “probandato”. Il 30 ottobre 1913 Giovanni Medda, insieme ad altri sei postulanti, vestiva l’abito cappuccino nel convento di Cagliari, prendendo il nome di fra Nicola da Gésturi. Maestro del noviziato era il padre Fedele da Sassari, religioso austero con sé e con gli altri, e severo fino alla pignoleria. Fu lui che “provò” la vocazione del giovane novizio. Se rimaneva ancora qualche dubbio sulla genuinità della vocazione di fra Nicola, questo fu prontamente dissipato dalla vita fervorosa del contadino di Gésturi, che per tutto l’anno di noviziato lo distinse da tutti gli altri. Ma il convento di Cagliari si prestava poco al raccoglimento, tanto necessario alla vita dei novizi, per cui dopo otto mesi, il 13 giugno 1914, il noviziato fu trasferito a Sanluri, sempre sotto la direzione del padre Fedele da Sassari. Anche qui fra Nicola, pur non compiendo cose particolari o straordinarie, confermò “di essere chiamato da Dio alla vita religiosa cappuccina e di essere atto a servirla”. così scriveva di lui il padre Fedele l’otto gennaio 1915. Non fu dunque una meraviglia per nessuno quando, il primo novembre del 1914, festa di Tutti i Santi, fra Nicola emise la professione semplice e il 16 febbraio del 1919 quella solenne, consacrandosi definitivamente e completamente a Dio. Non fu facile, dopo il noviziato, trovare un lavoro adatto a fra Nicola. Che altro può fare di buono uno che, come lui, aveva lavorato la terra? Proprio in quel periodo, nel convento di Sassari si era reso vacante “l’ufficio” di cuciniere. I superiori pensarono a fra Nicola. La scelta però si rivelò poco felice. Il lavoro di cuoco mal si adattava al suo gusto e al suo temperamento. Non si sentiva tagliato per stare l’intera giornata a rigirarsi attorno ai fornelli, tra pentole e pignatte, per preparare ai frati il pur modesto desinare. Eppure spesso tanti “umori” e Ö malumori frateschi nascono proprio da un pranzo mal riuscito. Fra Nicola lo sapeva benissimo, e per questo cercava di fare del suo meglio, cercava nei limiti del possibile di contentare i gusti di tutti. Ma il risultato era sempre uguale, nonostante la sua buona volontà. I superiori capirono il disagio in cui si trovavano tutti: i frati e, più di loro, fra Nicola, umiliato per non aver saputo contentare i suoi confratelli. Fu mandato allora a Oristano. A fare cosa? Forse per ritornare al lavoro della terra, visto che nel convento c’era un vasto orto, dove uno come lui, pratico di orti e di campi, poteva trovarsi a suo agio. Eppure, stranamente, non fu così. Non che fra Nicola rifiutasse l’obbedienza, anzi!. Ma i superiori capirono subito che quello non era il posto adatto. Ancora una volta l’umile fraticello dovette raccogliere le poche e povere sue cose e trasferirsi a Sanluri, il nuovo convento dove l’obbedienza dei superiori lo aveva destinato. Qui fra Nicola ritrovò l’ambiente del noviziato e questo costituì una boccata d’aria purissima per il suo spirito. La cella, la chiesa dove per mesi si era preparato con ardore alla consacrazione totale al Signore, e che poi aveva raccolto le sue parole “prometto per tutto il tempo della mia vita di vivere in obbedienza, senza proprio e in castità”, diventava nuovamente per lui il rifugio abituale per le sue preghiere e le sue elevazioni. Sono ormai trascorsi dieci anni dalla sua prima professione: i frati hanno avuto modo di notare in fra Nicola un religioso sempre pronto all’obbedienza e soprattutto dotato di una grande umiltà che gli faceva ricercare sempre l’ultimo posto e dedicarsi alle cose meno appariscenti agli occhi altrui. I superiori pensarono che le doti straordinarie di cui egli era fornito potevano meglio svilupparsi in un ambiente più adatto e più vasto: il 25 gennaio del 1924 lo mandarono al convento maggiore, di Buoncammino, in Cagliari: qui egli visse per trentaquattro anni, fino al giorno della sua beata morte.

 

Per le vie di Cagliari

Mai scelta fu più felice, sia del convento come pure dell’ufficio da assegnare a fra Nicola: questuante di città. “Questuare” per un fratello laico cappuccino significa, in parole povere, andare per l’elemosina. Significa stendere la mano per chiedere e ricevere la “carità”; significa bussare a tutte le porte e ripetere infinite volte le solite parole, quasi rituali, tipiche della Sardegna: “a santu Franciscu”, per S. Francesco; significa ancora camminare per ore ed ore al rigido freddo d’inverno o sotto il torrido caldo d’estate; significa infine incontrare ogni tipo di persona: chi vede nel frate l’uomo di Dio e chi, invece, vede in lui un buono a nulla e un fannullone; chi gli fa volentieri la “carità”, e chi lo ricopre di ingiurie e di male parole. Ma c’è anche un altro aspetto nella vita del cercatore cappuccino, ed è questo: che la città, con tutti i suoi aspetti positivi e negativi, può diventare il campo per un apostolato silenzioso, ma non per questo meno efficace, dove ogni persona che si incontra diventa un’anima da portare a Dio. Fu questa, in sintesi, la vita di fra Nicola durante trentaquattro anni e, prima di lui, lo fu per sant’Ignazio da Laconi, anche egli questuante per quaranta anni a Cagliari. Come zona di questua furono affidati a fra Nicola gli antichi e popolosi rioni di Castello e di Villanova e, più tardi, anche i paesi vicini del Campidano di Cagliari. Ben presto i cagliaritani si abituarono a vedere passare per le loro strade quest’umile figura di frate, scendere e salire i tortuosi vicoli di Castello, la bisaccia sulle spalle, il passo lento, occhi bassi, il rosario tra le mani, le labbra permanentemente atteggiate a preghiera. Non era certo la figura fisica di fra Nicola che poteva attirare su di lui gli sguardi degli altri; di statura piuttosto bassa, non c’era in lui niente di appariscente. Eppure il popolo cominciava a vedere in lui qualcosa di “diverso” dagli altri frati. Quella piccola figura di frate, curvo sotto il peso della bisaccia, emanava un fascino straordinario e irresistibile, era come una calamita che attirava tutti a sé. Egli era, poi, uno strano cercatore: non chiedeva mai direttamente e passava sempre oltre, quasi indifferente, come se attorno a lui non ci fosse nessuno. Difficilmente sollevava lo sguardo da terra e, quelle rare volte che lo faceva, lasciava intravedere due luminosi occhi celesti, specchio purissimo della sua anima, e due labbra sempre sorridenti, espressione vivissima della sua serenità interiore. Pochi furono coloro, anche tra gli stessi confratelli, che riuscirono a vedere questi occhi, e tutti poi testimoniarono di esserne rimasti profondamente colpiti e di reputarsi dei “fortunati”. Man mano che gli anni passavano, la figura di fra Nicola diventava sempre più familiare a Cagliari e nei paesi vicini: tutti volevano conoscerlo e vederlo. Era ormai diventata una necessità per tutti fermarlo mentre egli passava, per confidargli una pena personale, una difficoltà in famiglia. Era diventato l’amico e il confidente di tutti, di piccoli e grandi, di ricchi e poveri, di ignoranti e dotti. Scompariva allora ogni differenza o classe sociale: per fra Nicola erano soltanto persone che avevano bisogno di una parola buona e incoraggiante. E lui, nella sua umiltà e pazienza, ascoltava tutti, e tutti rimandava consolati con una semplice parola, un gesto, una promessa di preghiera. La sua era ormai diventata una “presenza” indispensabile. Tantissimi sono ancora oggi coloro che attestano di avere riacquistato la pace dell’anima, e trovata la soluzione ai loro problemi e la fiducia nella vita, grazie ad una parola di fra Nicola. E non poche furono le famiglie “scombinate” che ritrovarono il giusto equilibrio per il suo interessamento e, spesso, per il suo diretto intervento. La città di Cagliari era diventata il campo del suo apostolato, dove egli poteva spargere a larghe mani i tesori della sua carità materiale e spirituale. Giustamente qualcuno ha scritto che fra Nicola “da frate cercatore era diventato il frate cercato”. E questo non solo per le strade, ma anche in convento, dove “vi era sempre qualcuno che l’aspettava per avere consigli, raccomandazioni, preghiere”, ed egli “era sempre pronto ad accogliere tutte le persone che venivano alla porta del convento per avere una parola di conforto o chiedere una preghiera”. La sua carità non aveva confini o eccezioni: tutti egli accoglieva e aiutava in egual misura. Gli unici privilegiati erano i poveri: andava a trovarli personalmente in casa, lui che mai varcava la soglia di nessuno, per nessun motivo.

 

Tra gli orrori di guerra

Erano ormai gli anni tristi della guerra. Cagliari era diventata la città più martoriata d’Italia, a causa dei frequenti e massicci bombardamenti che l’avevano ridotta a un cumulo di macerie. Senza numero i morti e i feriti. Quelli che potevano, lasciavano la città per rifugiarsi nei paesi dell’interno, meno esposti agli orrori della guerra. Anche le autorità civili e religiose si erano trasferite altrove. I frati del convento di Cagliari, insieme ai fratini del Seminario Serafico, furono mandati in altri conventi. Rimasero a Cagliari soltanto quattro frati: il superiore e tre fratelli, tra i quali fra Nicola, che per nessun motivo aveva voluto lasciare la città. Nel convento fu tolta la clausura ed esso divenne il rifugio di tutti coloro che erano rimasti senza parenti e senza casa. Fra Nicola era sempre vicino a tutti, come un angelo consolatore. così descrive quei tristi giorni un testimone oculare: “Nei giorni dell’ira, quando Cagliari divenne deserto cimitero di insepolti, fra Nicola non abbandonò il suo convento Ö Egli continuò la sua missione e da mendicante divenne donatore: lui poverissimo, si mutò nell’ospite che offre. Come nelle ore più drammatiche del passato, nelle quali i conventi erano asilo, refettorio, ospedale, scuola, così il convento cagliaritano dei cappuccini tornò alla sua missione secolare, e fra Nicola da Gèsturi divenne il più valido aiuto dei pochi confratelli rimasti per nutrire e dare asilo al prossimo. Ma non fu quella la sola opera degli anni della guerra: la miserabile folla di cenciosi e degli affamati, la turba equivoca e lurida, rifugiata nelle decine e decine di grotte sparse per tutta la città, lo ebbe soccorritore e apostolo. Fu allora che egli ci parve ancora più santo. Egli si prodigò oltre ogni possibilità e pareva che quel deserto senza testimoni gli ispirasse nuovo zelo”. Appena terminava un bombardamento, fra Nicola usciva dal convento e si recava nei luoghi più colpiti. La sua esile figura si vedeva apparire dappertutto “Ö nelle caserme, nelle vie fatte macerie e sudiciume, nelle chiese colpite e deserte, nelle infermerie da campo”. Dove c’era un morto da seppellire, un ferito da soccorrere, una lacrima da asciugare, lý fra Nicola appariva, silenzioso come una visione, e la sua presenza era sempre “un segno, un aiuto”. Se quelle furono per Cagliari pagine scritte colle lacrime e col sangue di tanti innocenti, furono anche pagine luminose di carità e di abnegazione da parte di fra Nicola, che si prodigò indefessamente per alleviare nella popolazione gli orrori e i lutti causati dalla guerra.

 

“Frate Silenzio”

Una caratteristica che il popolo aveva subito notato in fra Nicola era il suo continuo silenzio. Rare infatti erano le parole che egli pronunciava nei suoi lunghi giri in città. “Ö Fra Nicola amava il silenzio, parlando solo per necessità” si legge nel processo informativo diocesano. Ecco una testimonianza: “Per fra Nicola da Gesturi la santità fu silenzio. I suoi silenzi erano di una natura singolare, da trasferirsi fuori del mondo di ogni giorno. Il silenzio teneva per lui luogo del ringraziamento quando gli si dava; il silenzio era rimprovero per chi, potendo, non dava; il silenzio era risposta alle domande inutili o a quelle che non potevano avere risposta. Solo ricordando la volontà di Dio, egli rompeva il silenzio”. I confratelli che hanno vissuto a lungo con lui ricordano questa caratteristica di fra Nicola. Di lui in particolare ebbe a testimoniare il padre Federico da Baselga, che per cinque anni fu commissario provinciale in Sardegna: “Di fra Nicola ricordo sempre il misterioso silenzio”. Silenzio fuori e, soprattutto, dentro il convento. E’ proprio su questo silenzio che qualcuno si Ë chiesto: “perché tanto silenzio nella vita di fra Nicola? Era il suo temperamento che lo portava ad essere così avaro di parole, com’è caratteristica di tanti Sardi, gelosi dei propri pensieri e sentimenti, quasi “complessati” di fronte al peso delle parole? No! perché il suo era un silenzio particolare: un modo di esprimersi liberato dal superfluo, un modo di badare alle cose essenziali senza distrazioni, senza quei “fiori” letterari che sono spesso la maschera con cui si cerca di nascondere o di riempire il vuoto interiore. In fra Nicola il silenzio Ë un punto di arrivo, non di partenza: Ë una virtù grandissima, non una mancanza”. Certo, fra Nicola era parco di parole, ma era proprio attraverso il silenzio che egli operava il bene a favore del prossimo e sempre “Ö la sua stessa presenza era un silenzio ammonitore”. Era dietro questo silenzio che fra Nicola nascondeva gelosamente le più eroiche virtù: la sua obbedienza sempre pronta, la sua umiltà profondissima, soprattutto la sua povertà assoluta, come ancora oggi testimonia la sua cella conservata intatta nel convento di Cagliari, meta di numerosi visitatori che inorridiscono dinanzi a tanta povertà: un tavolaccio per letto, la spalliera di una sedia per cuscino La povertà fu una delle grandi virtù di fra Nicola, che lo spingeva ad usare abiti e sandali rozzi e già usati da altri, a conservare gelosamente i biglietti del tram, che qualche volta era obbligato a prendere, per renderne esatto conto al superiore, ad usare piccoli pezzi di carta, già scartati da altri, per scrivervi sopra i pensieri o qualche preghiera. Era nel silenzio più assoluto che fra Nicola trascorreva interminabili ore del giorno e della notte assorto in preghiera, davanti a Gesù Sacramentato o nella cappella dell’Immacolata, suo abituale rifugio dopo il rientro dalla questua. Questo silenzio fra Nicola lo ruppe il primo giugno 1958 quando, stremato di forze, poco dopo le nove, si presentò al padre guardiano (nel linguaggio dei frati cappuccini significa “superiore”) e gli disse con tutta franchezza e semplicità: “Padre guardiano, non ne posso più!”, chiedendogli di essere esonerato dall’incarico della questua. Il padre guardiano capì subito che fra Nicola si avviava ormai verso la fine e lo fece accogliere nell’infermeria del convento. I fatti gli diedero ragione. Il giorno dopo – 2 giugno ñ lo stato di salute di fra Nicola si aggravò a tal punto che il medico chiamato d’urgenza, avendogli riscontrato un’ernia crurale strozzata, ne ordinò l’immediato ricovero nella vicina Clinica Lay, dove il mattino del giorno dopo fu operato d’urgenza. Fu tutto inutile. Lo stesso fra Nicola, consapevole della gravità del male, nel pomeriggio dello stesso giorno chiese l’Unzione degli infermi e il Viatico, rispondendo egli stesso alle preghiere e recitando il “confiteor”. Trascorsero così altri quattro giorni di ansie per i confratelli, che lo vegliavano amorevolmente, e di atroci dolori per fra Nicola, il quale ripeteva spesso: “Preghiamo, preghiamo”, intensificando il suo spirito di preghiera, di sottomissione alla volontà di Dio e di accettazione della croce. Il giorno sette, perduta ormai ogni speranza di salvarlo, i superiori disposero il suo trasferimento dalla Clinica all’infermeria del convento. E qui “Ö confortato da quasi tutti i religiosi del convento, che in lacrime recitavano le preghiere degli agonizzanti, tenendo stretto tra le mani il Crocifisso, spirava serenamente nel bacio del Signore. Erano le ore 0.15 esatte dell’otto giugno”. La notizia della sua morte si sparse in un baleno e, al mattino, tutti i giornali locali ne davano notizia in prima pagina, a grandi lettere. “Ë morto un santo” fu il commento unanime di tutti. Fin dal primo mattino una folla immensa si riversò nel convento e nella chiesa, chiedendo di vedere la salma di fra Nicola. Nei giorni seguenti, durante i quali la salma rimase in chiesa, esposta alla venerazione del popolo, la ressa di gente fu tanta che si dovette chiamare la forza pubblica per disciplinare l’incalzante afflusso: tutti volevano vedere e salutare per l’ultima volta l’umile cappuccino che per tanti anni avevano visto passare per le loro strade. Non mancò nessuno: dalle massime autorità civili e religiose, al più umile operaio e ai bambini delle scuole. I funerali si svolsero ” il giorno dieci alle 17, partendo dalla nostra chiesa. Popolo, autorità, clero e Ordini religiosi parteciparono in numero rilevante. Si calcolò che circa sessantamila persone furono presenti. La bara fu portata a spalla dai religiosi e da laici, procedendo lentamente tra una pioggia incessante di fiori. Per più ore il traffico cittadino, dove passava il corteo, dovette essere interrotto. Non fu un funerale, ma un solenne e generale trionfo”. Sulla sua tomba, nel cimitero di Bonaria, furono tracciate queste semplici parole: “Fra Nicola ñ Cappuccino ñ 1882-1958 “.

 

Ritorno al convento

Per ventidue anni la tomba di fra Nicola fu “meta di ininterrotto pellegrinaggio di gente di ogni classe sociale che lo invocava nei suoi bisogni e lo ringraziava dei benefici ricevuti. La tomba era sempre ornata di fiori freschi”. Non poche furono le grazie e i prodigi con cui il Signore si degnò, anche dopo la sua morte, di confermare la santità di fra Nicola. Il 2 giugno 1980 le sue spoglie mortali furono traslate dal cimitero di Bonaria al convento di Sant’Antonio, tra due fitte ali di popolo. La ricognizione della salma durò tre giorni, alla presenza dell’Arcivescovo di Cagliari Mons. Giuseppe Bonfiglioli, del Ministro Provinciale Padre Marco Locche e dei Consiglieri, nonché del Postulatore Generale Padre Bernardino da Siena, del Vice-postulatore della causa di Beatificazione Padre Clemente Pilloni, di medici e di tecnici oltre altri Confratelli. Il giorno 6 giugno 1980, la salma veniva definitivamente tumulata in una tomba di pietra, nella cappella dell’Immacolata, dove fra Nicola amava ritirarsi a pregare e meditare ai piedi della Madonna.

 

Verso gli altari

Il 10 ottobre 1966 monsignor Paolo Botto, arcivescovo di Cagliari, aprì solennemente il Processo diocesano di Canonizzazione, che il cardinale Sebastiano Baggio chiuse il 20 dicembre 1971. Nel febbraio 1978 iniziò il Processo Cognizionale presso la Sacra Congregazione delle Cause dei Santi, che si chiuse l’otto giugno 1982. Nel marzo del 1986 ebbe inizio il Processo su un asserito miracolo, attribuito a fra Nicola. Il 25 giugno 1996 fra Nicola fu dichiarato “Venerabile” da Giovanni Paolo II. Sempre il Papa, il 21 dicembre 1998, riconobbe il miracolo attribuito al servo di Dio. La beatificazione era ormai sicura. Mancava solo la data. Ma arriva anche quella. Fra Nicola da Gesturi viene dichiarato Beato il 3 ottobre 1999, in una Cerimonia solenne in Piazza San Pietro, celebrata dal Papa Giovanni Paolo II.


di Padre Luciano COSSU